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sabato 19 marzo 2016

Domenica di passione

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 22,14-71.23,1-56.
Quando fu l'ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui,
e disse: «Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,
poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio».
E preso un calice, rese grazie e disse: «Prendetelo e distribuitelo tra voi,
poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio».
Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: «Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me».
Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi».
«Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola.
Il Figlio dell'uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell'uomo dal quale è tradito!».
Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.
Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande.
Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori.
Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve.
Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.
Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove;
e io preparo per voi un regno, come il Padre l'ha preparato per me,
perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.
Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano;
ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli».
E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte».
Gli rispose: «Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi».
Poi disse: «Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla».
Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una.
Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine».
Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli rispose «Basta!».
Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.
Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione».
Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava:
«Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».
Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo.
In preda all'angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra.
Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza.
E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».
Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo.
Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?».
Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?».
E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l'orecchio destro.
Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate, basta così!». E toccandogli l'orecchio, lo guarì.
Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante?
Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l'impero delle tenebre».
Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.
Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro.
Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: «Anche questi era con lui».
Ma egli negò dicendo: «Donna, non lo conosco!».
Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei di loro!». Ma Pietro rispose: «No, non lo sono!».
Passata circa un'ora, un altro insisteva: «In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo».
Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell'istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò.
Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte».
E, uscito, pianse amaramente.
Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano,
lo bendavano e gli dicevano: «Indovina: chi ti ha colpito?».
E molti altri insulti dicevano contro di lui.
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero:
«Se tu sei il Cristo, diccelo». Gesù rispose: «Anche se ve lo dico, non mi crederete;
se vi interrogo, non mi risponderete.
Ma da questo momento starà il Figlio dell'uomo seduto alla destra della potenza di Dio».
Allora tutti esclamarono: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli disse loro: «Lo dite voi stessi: io lo sono».
Risposero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L'abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».
Tutta l'assemblea si alzò, lo condussero da Pilato
e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re».
Pilato lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici».
Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: «Non trovo nessuna colpa in quest'uomo».
Ma essi insistevano: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui».
Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo
e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch'egli a Gerusalemme.
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui.
Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla.
C'erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza.
Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato.
In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c'era stata inimicizia tra loro.
Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo,
disse: «Mi avete portato quest'uomo come sobillatore del popolo; ecco, l'ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate;
e neanche Erode, infatti ce l'ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte.
Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò».
.
Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «A morte costui! Dacci libero Barabba!».
Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio.
Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù.
Ma essi urlavano: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò».
Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano.
Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita.
Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.
Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù.
Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui.
Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli.
Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato.
Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci!
Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?».
Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.
Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l'altro a sinistra.
Gesù diceva: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno». Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.
Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto».
Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell'aceto, e dicevano:
«Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso».
C'era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei.
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».
Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena?
Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male».
E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».

Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».
Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.
Il velo del tempio si squarciò nel mezzo.
Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo spirò.
Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: «Veramente quest'uomo era giusto».
Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto.
Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.
C'era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta.
Non aveva aderito alla decisione e all'operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio.
Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù.
Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto.
Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato.
Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù,
poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.


 

giovedì 16 aprile 2015

Voi chi dite che io sia?

Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.
Matteo 16,15-20

Ma egli replicò: «E voi chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E impose loro severamente di non parlare di lui a nessuno.
Marco 8,29-30

Allora domandò: «Ma voi chi dite che io sia?». Pietro, prendendo la parola, rispose: «Il Cristo di Dio». Egli allora ordinò loro severamente di non riferirlo a nessuno.
Luca 9,20-21

sabato 24 gennaio 2015

San Tito: il peccatore che è segno di speranza



Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.   
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!».  
Ma l'altro lo rimproverava: «Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male».  
E aggiunse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno».
Gli rispose: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

Luca 23


L'umanità è compresa tutta lì, in quei due delinquenti che muoiono crocifissi insieme a Gesù. Non possiamo che essere o l'uno o l'altro dei due crocifissi. tertium non datur.

Uno è quell'umanità che ancora di fronte alla sofferenza e alla morte esprime la pretesa: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!». Non invoca, ma sfida: Dio, se davvero tu esisti allora fa ciò che io ti ordino di fare: lenisci le mie pene, salvami dalla morte, e fallo qui e ora, e come voglio io. Se resterò inascoltato sarà perchè tu Dio non esisti o perchè sei ingiusto o, peggio, sei impotente di fronte al male!

Poi l'altro, che è l'umanità che chiede aiuto. L'umanità che non sfida, non pretende, non vuole piegare Dio ad un proprio disegno di salvezza, parziale, provvisorio e terreno, ma che si consegna al disegno di salvezza di Dio, che si affida: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». 

Entrambi i crocifissi sono peccatori, entrambi sono "giustamente" condannati alla morte: questa è la condizione dell'uomo, di soffrire e di morire, è la condizione di tutti gli uomini, nessuno escluso. Questo è il frutto del peccato originale.
Entrambi gli uomini si rivolgono a Gesù, a Dio, ma Gesù ad uno solo  dà una risposta, a quello che gli si è affidato; all'altro non rivolge niente più che un gelido silenzio. Dio non parla a chi lo sfida, mentre parla con parole di vita eterna a chi si affida. «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso».

In un solo istante, in un unica scena, si riassume l'intera vicenda cristiana; ecco i due atteggiamenti opposti dell'uomo rispetto alla croce umana e a quella divina: quello di chi consegna se stesso al Dio-Con-Noi, al Dio-Salvatore che gli si mostra crocifisso accanto, e quello di chi rifiuta la croce e che pretende, al posto del Dio crocifisso, un dio plasmabile e soggiogato alla maniera degli uomini. Ecco ancora il silenzio di Dio a chi non gli si affida, e la risposta di salvezza immediata all'uomo che si fida di Lui.
Ed ecco, infine, il prototipo dell'umanità salvata: il peccatore crocifisso che sta alla destra di Gesù, il buon ladrone, il buon peccatore. 
La Salvezza è questa, il Cristo, il Dio che si è incarnato e che ha scelto di morire in mezzo agli uomini. Chi crede in Lui ha la vita eterna.


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Sulla necessità del battesimo

Il crocifisso a cui Gesù annncia il paradiso non è un battezzato. Non ha nulla che lo possa far apparire come un convinto discepolo di Cristo. E allora, come può essere salvato?
Il battesimo è ben di più che dell'acqua versata in capo, è la morte dell'uomo vecchio e la nascita dell'uomo libero, libero in Cristo, libero, certo, anche di peccare se usa male della sua libertà.
Il battesimo è il diluvio universale che fa morire la vecchia umanità, ma di essa fa sopravvivere il buon ceppo di Noè. 
Il battesimo è il Nilo che porta Mosè alla salvezza. Il battesimo è il Mar Rosso che fa morire e rinascere il popolo d'Israele liberandolo dalla schiavitù d'Egitto.
E il battesimo è l'unzione crismale che consacra il cristiano come figlio di Dio. Nell'unzione cristiana l'uomo è consacrato profeta perchè ascolti e parli la lingua di Dio, re perchè sia servo degli uomini alla maniera di Gesù, e sacerdote perchè sacrifichi la sua vita in nome di Dio per la salvezza di tutti e possa mangiare dell'Agnello presso l'altare.
Il cristiano è profeta in Cristo, re in Cristo e sacerdote in
Cristo, e ciò in virtù del battesimo ricevuto in acqua e Spirito Santo.


Il battesimo è la porta che apre all'esperienza cristiana e alla vita eterna. Senza la porta non si accede alla regalità, alla profezia e al sacerdozio di Cristo. Ma di certo sono la fede, la speranza e la carità che permettono di dare vera vita al battesimo, perchè esso non rimanga una porta chiusa. 
Il battesimo è Dio stesso che entra nell'uomo, ma sta all'uomo lasciare che Dio operi in lui la conversione e lo conduca alla vita eterna. 


Il "buon ladrone", chiamato san Tito, è andato forse in paradiso senza battesimo? No, perchè il suo "battesimo" era là a pochi metri da lui, crocifisso come lui, era Gesù. E lui l'ha accolto in sè come Salvatore. 



sabato 13 dicembre 2014

le hai rivelate ai piccoli

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli.
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te.
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare.
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime.
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».
Matteo 11,25-30.

Ecco l'agnello di Dio

Come posso non farmi agnello se voglio essere discepolo di Cristo?

Dio Salva


Che cosa vuol dire il nome Gesù? E' un nome scelto a caso fra i diversi nomi ebraici o ha un particolare significato se visto nell'ambito della missione salvifica di Cristo? 
L'osservazione dell'etimo di "Gesù" può far riflettere. 

Gesù è l'adattamento italiano del nome aramaico יֵשׁוּעַ (Yeshu'a), passato in greco biblico come Ἰησοῦς (Iēsoûs) e in latino biblico come Iesus; si tratta di una tarda traduzione aramaica del nome ebraico יְהוֹשֻׁעַ (Yehoshu'a), (in italiano Giosuè), che ha il significato di "YHWH è salvezza", "YHWH salva" ed ha un significato pressoché identico a quello del nome Isaia.
In greco, Yehoshu'a venne reso utilizzando il nome Ιασων (Iason - in italiano Giasone) a sua volta derivante da ιασθαι (iasthai), "guarire", che significa perciò "guaritore", "taumaturgo", o secondo certe fonti dal termine jaomai, col significato di "forte", "potente". Nella Bibbia è citato un sommo sacerdote di nome Giasone, nel qual caso si trattava della forma greca del sopra menzionato nome ebraico Yehoshua. Il nome ebraico e quello greco si fusero successivamente, durante la cristianizzazione della Grecia.
In Gesù si trova dunque il  tetragramma YHWH da interndersi ome il nome di Dio.
L'interpretazione del tetragramma YHWH si basa su un passo del Libro dell'Esodo (3, 14) nel quale esso è solitamente tradotto in italiano con "io sono". La frase completa è così tradotta: "io sono ciò che sono", "io sono colui che è", "io sono colui che sono" o ancora "io sono io-sono". Nella versione in lingua greca della Bibbia detta dei Settanta, dove il tetragramma è reso come Kyrios, il Nome è tradotto "ego eimi ho òn" letteralmente "io sono l'esistente"
La Jewish encyclopedia riporta:


« è possibile determinare con un buon grado di certezza la pronuncia storica del Tetragramma, e il risultato è in accordo con l'affermazione contenuta in Esodo 3:14, nel quale la radice verbale si rivela come "Io sarò", una frase che è immediatamente preceduta dall'affermazione completa "Io sarò ciò che sarò", oppure, come nelle versioni in italiano il nome deriva dalla radice del verbo essere. Questo punto è decisivo per la pronuncia poiché l'etimologia è basata in questo caso sulla parola nota. Gli esegeti più antichi, come Onkelos, i Targumin di Gerusalemme e lo pseudo-Gionata considerano Ehyeh e Ehyeh asher Ehyeh come il nome della Divinità, e accettano l'etimologia di hayah: "essere"»
Il tetragramma potrebbe anche significare "io mostrerò d'essere ciò che mostrerò d'essere" oppure "Io sono l'essenza dell'essere"; il nome per indicare che Dio può manifestarsi nel tempo come tutto ciò che desidera e che attualmente
è fuori del tempo. Con ciò YHWH dice a Mosè di essere colui che è sempre presente a favore del suo popolo. Il nome di Dio assume così un doppio significato:
 - storico-salvifico: io sono colui che è presente per salvare il mio popolo dalla schiavitù d'Egitto;
- metafisico: io sono colui che esiste di per sé; Dio rivela a Mosè di essere l'Essere in quanto essere. Tale significato è stato sviluppato in epoca cristiana, soprattutto nell'ambito della riflessione metafisica e ontologica.

A questo punto è chiaro che il nome Gesù significa sostanzialmente "YHWH salva", e poichè il tetragramma "YHWH" si traduce sinteticamente in italiano con "Io Sono", si può ulteriormente affermare che "Gesù"significa "Io-Sono-salva", in altre paorle "Dio Salva", "Dio è salvatore". Ecco che il Salvatore Divino si dichiara fin dal suo nome.

*  cfr Wikipedia alle voci

venerdì 12 dicembre 2014

Io sono con voi.

Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
(Mt 28,20)

Gesu è sempre con noi, dice infatti: Io sono sempre con voi fino alla fine del mondo, fino all'alba del mondo nuovo. Giorno per giorno sono con voi.
Questa è la risposta di Gesù a chi, in ogni tempo e in ogni luogo sospira o protesta "se Gesù fosse qui...."

"Io Sono" indica l'assolutezza dell'esistenza di Dio, che è prima di ogni cosa, eternamente è.

Così si era presentato Dio a Mosè parlandogli dal roveto ardente.
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.(Esodo 3,13-15)
E' bene peraltro ricordare che il nome Gesù significa sostanzialmente "YHWH salva", e che il tetragramma "YHWH" si traduce sinteticamente in italiano con "Io Sono".
Gesu semplicemente utilizza l'indicativo presente Io Sono, già contenuto nel suo stesso nome, che è quel medesimo Io Sono usato da Dio nel roveto ardente di Mosè per indicare il suo nome e al tempo stesso la sua nature di Essere prima di ogni essere, e lo usa per dire che Egli è e che è perennemente con noi. Lui, non a caso, dice anche...
«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
(Mt 18,20)
 Gesù è "la-Parola-di-Dio-diventata-carne", in noi cristiani "la-Parola-diventata-carne" "rimane", "abita", e continua la sua perenne incarnazione. Infatti il Cristo non sì è incarnato solo nel passato, e non è stato, il Cristo si è incarnato in un tempo preciso, ma ancora si incarna e si incarnerà domani fino alla fine del mondo. Il Cristo è stato, ma ancora è e per sempre sarà il Dio-con-noi. 
Proprio perchè il Cristo è Dio-che-si-incarna-nell'Uomo, Dio-che-abita-in-noi, Gesù si è fatto "Pane quotidiano", cibo di tutti i giorni, così da poter essere anche fisicamente integrato e assimilato perfino nei corpi dei "suoi".
Ecco: la parola si è fatta carne e pane in un paese chiamato la Casa del Pane e la Casa della Carne, in Betlemme che è la casa del Dio incarnato.

*Da una riflessione con Mara Canobbi

Nasce Gesù

Dal vangelo di Luca e dal vangelo di Matteo (versione Interconfessionale)


Quando Elisabetta fu al sesto mese, Dio mandò l'angelo Gabriele a Nàzaret, un villaggio della Galilea. L'angelo andò da una fanciulla che era fidanzata con un certo Giuseppe, discendente del re Davide. La fanciulla si chiamava Maria.
L'angelo entrò in casa e le disse: «Ti saluto, Maria! Il Signore è con te: egli ti ha colmata di grazia».
Maria fu molto impressionata da queste parole e si domandava che significato poteva avere quel saluto.
Ma l'angelo le disse: «Non temere, Maria! Tu hai trovato grazia presso Dio.
Avrai un figlio, lo darai alla luce e gli metterai nome Gesù. Egli sarà grande e Dio, l'onnipotente, lo chiamerà suo Figlio. Il Signore lo farà re, lo porrà sul trono di Davide, suo padre, ed egli regnerà per sempre sul popolo d'Israele. Il suo regno non finirà mai».
Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile questo, dal momento che io sono vergine?».
L'angelo rispose: «Lo Spirito Santo verrà su di te, e l'onnipotente Dio, come una nube, ti avvolgerà. Per questo il tuo bambino sarà santo, Figlio di Dio.
Vedi: anche Elisabetta, tua parente, alla sua età aspetta un figlio. Tutti pensavano che non potesse avere bambini, eppure è già al sesto mese. Nulla è impossibile a Dio!».
Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore. Dio faccia con me come tu hai detto». Poi l'angelo la lasciò. (Lc. 1,26-38)
Ecco come è nato Gesù Cristo. Maria, sua madre, era fidanzata con Giuseppe; essi non vivevano ancora assieme, ma lo Spirito Santo agì in Maria ed ella si trovò incinta.
Ormai Giuseppe stava per sposarla. Egli voleva fare ciò che era giusto, ma non voleva denunciarla di fronte a tutti. Allora decise di rompere il fidanzamento, senza dir niente a nessuno.
Ci stava ancora pensando, quando una notte in sogno gli apparve un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, discendente di Davide, non devi aver paura di sposare Maria, la tua fidanzata: il bambino che lei aspetta è opera dello Spirito Santo.
Maria partorirà un figlio e tu gli metterai nome Gesù, perché egli salverà il suo popolo da tutti i peccati».
E così si avverò quello che il Signore aveva detto per mezzo del profeta Isaia:
Ecco, la vergine sarà incinta partorirà un figlio ed egli sarà chiamato Emmanuele. Questo nome significa: «Dio è con noi».
Quando Giuseppe si svegliò, fece come l'angelo di Dio gli aveva ordinato e prese Maria in casa sua. (Mt 1,18-24)
In quel tempo l'imperatore Augusto con un decreto ordinò il censimento di tutti gli abitanti dell'impero romano.
Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria.
Tutti andavano a far scrivere il loro nome nei registri, e ciascuno nel proprio luogo d'origine.
Anche Giuseppe andò: partì da Nàzaret, in Galilea, e salì a Betlemme, la città del re Davide, in Giudea. Essendo un lontano discendente del re Davide, egli con Maria, sua sposa, che era incinta, doveva farsi scrivere là.
Mentre si trovavano a Betlemme, giunse per Maria il tempo di partorire; (Lc. 2,1-6)


E senza che avessero avuto fin'allora rapporti matrimoniali, Maria partorì il bambino e Giuseppe gli mise nome Gesù. (Mt 1,25)
ed essa diede alla luce un figlio, il suo primogenito. Lo avvolse in fasce e lo mise a dormire nella mangiatoia di una stalla, perché non avevano trovato altro posto. (Lc. 2,7)
Gesù nacque a Betlemme, una città nella regione della Giudea, al tempo del re Erode. (Mt 2,1)
In quella stessa regione c'erano anche dei pastori. Essi passavano la notte all'aperto per fare la guardia al loro gregge.
Un angelo del Signore si presentò a loro, e la gloria del Signore li avvolse di luce, così che essi ebbero una grande paura.
L'angelo disse: 

«Non temete! Io vi porto una bella notizia, che procurerà una grande gioia a tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato il vostro Salvatore, il Cristo, il Signore. Lo riconoscerete così: troverete un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia».
Subito apparvero e si unirono a lui molti altri angeli. Essi lodavano Dio con questo canto:
«Gloria a Dio in cielo e pace in terra agli uomini che egli ama». 

Poi gli angeli si allontanarono dai pastori e se ne tornarono in cielo.
Intanto i pastori dicevano gli uni agli altri: «Andiamo fino a Betlemme per vedere quello che è accaduto e che il Signore ci ha fatto sapere».
Giunsero in fretta a Betlemme e là trovarono Maria, Giuseppe e il bambino che dormiva nella mangiatoia.
Dopo averlo visto, dissero in giro ciò che avevano sentito di questo bambino.
Tutti quelli che ascoltarono i pastori si meravigliarono delle cose che essi raccontavano.
Maria, da parte sua, custodiva gelosamente il ricordo di tutti questi fatti, e li meditava dentro di sé.
I pastori, sulla via del ritorno, lodavano Dio e lo ringraziavano per quello che avevano sentito e visto, perché tutto era avvenuto come l'angelo aveva loro detto.
(Lc. 2,8-20)

Dopo la sua nascita, arrivarono a Gerusalemme alcuni uomini sapienti che venivano dall'oriente e domandarono: 
«Dove si trova quel bambino, nato da poco, il re dei giudei? In oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo».
Queste parole misero in agitazione tutti gli abitanti di Gerusalemme, e specialmente il re Erode. Il quale appena lo seppe, radunò tutti i capi dei sacerdoti e i maestri della legge e domandò: «In quale luogo deve nascere il Messia?».
Essi risposero: «A Betlemme, nella regione della Giudea, perché nella Bibbia è scritto: Tu Betlemme, del paese di Giudea, non sei certo la meno importante tra le città della Giudea, perché da te uscirà un capo che guiderà il mio popolo, Israele». 

Allora il re Erode chiamò in segreto quei sapienti venuti da lontano e si fece dire, con esattezza, quando era apparsa la stella.
Poi li mandò a Betlemme dicendo: «Andate e cercate con ogni cura il bambino. Quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, così anch'io andrò a onorarlo».
Ricevute queste istruzioni da parte del re, essi partirono. In viaggio, apparve ancora a quei sapienti la stella che avevano visto in oriente, ed essi furono pieni di grandissima gioia. La stella si muoveva davanti a loro fino a quando non arrivò sopra la casa dove si trovava il bambino: là si fermò.
Essi entrarono in quella casa e videro il bambino e sua madre, Maria. Si inginocchiarono e adorarono il bambino. Poi aprirono i bagagli e gli offrirono regali: oro, incenso e mirra.
(Mt 2,1-11)

Quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre. 
 (Lc. 2,21)

mercoledì 10 dicembre 2014

Il mistero della Croce

Il dolore, la croce, la morte non mostrano l'assenza di Dio, ma il Mistero di Dio che per amore sa soffrire.

"et verbum caro factum est": mythos e logos in Cristo

Il μύθος (mythos) è una narrazione allegorica sacrale, è un racconto ordinatore e rappresentatore della realtà, che procede per immagini e per vicende, e che ha la tipica forma di una storia, anche elementare, sempre densa di senso e di funzione simbolica.

Il λόγος (logos), invece, è un procedere razionale, "logico", è il dicorso ordinato, in altre parole è ciò che noi sempificando chiamiamo "ragionamento".


Con il latino verbum è designata infine la "parola", in senso ampio, tanto ampio che si potrebbe applicare per un insieme intimo e unitario di μύθος e di λόγος.
 

Gesù è il Logos incarnato?
L'evangelista Giovanni scrive: 

ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος
[En archè en o lògos kài o lògos en pros ton theòn, kài theòs en o lògos]
[In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum]
[In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio]
[In principio era la Parola e la Parola era presso il Dio e la Parola era Dio]

Il greco λόγος è tradotto in latino col lemma Verbum che, a mio avviso, evitando una contrapposizione con il μύθος , consente di attribuire alla Parola di Dio un senso pieno e totale. Cosicché in Gesù non si trova incarnato il solo "ragionamento" divino, la "divina razionalità", ma anche il mito o, se preferiamo, il Sogno di Dio. E in ciò si ha una completezza di senso e di significato che non pone limite alcuno alla Parola di Dio, che non ne esclude alcun aspetto o risvolto possibile.
Gesù è dunque la Parola di Dio in senso pieno. In Lui si incarna ogni razionalità ed ogni mito che sono propri di Dio.