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sabato 25 giugno 2016

L'ebrezza di Noè e il vino della salvezza



Noè, una delle più belle figure cristologiche del Vecchio Testamento, compiutasi la vicenda dell'Arca, prefigurazione della Chiesa salvifica di Cristo, pianta una vigna e ne beve il vino fino ad ubriacarsi.
Tutto è compiuto! Il Dio trinitario ha salvato dalla Morte, con la sua Arca, la chiesa, l'umanità e gli ha dato una terra nuova. 
Ora ecco che con un nuovo gesto di Noè Dio si mostra in un compendio. Pianta una vigna, che ancora una volta è il Cristo, l'uomo nuovo, ed è la sua chiesa. Poi beve il vino di questa vigna, vino che sappiamo essere insieme il sangue salvifico di Cristo e la Salvezza stessa della nuova umanità. 
Dio si ubriaca della sua nuova umanità salvata fino a mostrarsi nudo. E' il vino delle nozze di Cana ed è il vino dell'Ultima Cena, e ancora il vino della salvezza eterna.



Genesi 9,20-21

20 Ora Noè, coltivatore della terra, cominciò a piantare una vigna. 21 Avendo bevuto il vino, si ubriacò e giacque scoperto all'interno della sua tenda. 

martedì 2 giugno 2015

QUESTO E' IL MIO CORPO

di D. Giuseppe Pelizza SdB

Gesù, sapendo che era ormai giunta la sua ora, raccolse i suoi per il banchetto pasquale. Mentre cenava, prese del pane e disse:
 «Questo è il mio corpo».
Cosa intendeva dire esattamente con queste parole? Anzitutto, il contesto grammaticale ebraico non prevede l’uso del verbo essere, per cui quando si indica un oggetto o una qualità e la si riferisce ad una persona, significa che quella cosa o quella qualità è identica alla persona. Così Giovanni – buono, significa che Giovanni è buono; pane – salato, corrisponde all’italiano: il pane è salato. Vi è, dunque, in ebraico, un’identificazione immediata fra il soggetto e il suo attributo, o fra due soggetti differenti. L’assenza del verbo essere non solo non toglie nulla alla forza della frase, ma, anzi, ne rafforza ancor più il senso. Quando Gesù disse: «Questo è il mio corpo», intendeva proprio dire che quel pane, in quel momento stesso era il suo corpo, e lo sarebbe stato finché sarebbe rimasto pane.
La lingua latina, usata nella Chiesa per la celebrazione liturgica, a tal proposito è molto chiara. L’espressione utilizzata nella consacrazione del pane dice: hoc est enim, dove la parola enim viene utilizzata per sottolineare con forza l’identità del pane con il Corpo di Cristo. Questo uso era comune nella lingua latina, tanto che scrittori come Plauto e Cicerone lo usavano frequentemente. L’italiano avrebbe potuto tradurre: «Questo è veramente il mio corpo», ma per ragioni di stile linguistico, si è preferito alleggerire la frase, lasciando solo: «Questo è il mio corpo».
Risolto, dunque, questo problema di carattere grammaticale, vediamo cosa potesse intendere Gesù con questa frase.
Anzitutto, va chiarito che la frase non indica la presenza del Suo corpo nel pane. Questo può forse sembrare strano, ma in questo contesto ogni parola ha un peso di particolare importanza. Oggi noi non diamo molta importanza alle parole che usiamo ed è forse proprio per questa ragione che non ci capiamo più. Ma qui non possiamo permetterci il lusso di parlare come se fossimo ad un dibattito televisivo.

Gesù dicendo che il pane è il suo corpo, non intende dire che il suo corpo è nel pane, come se il pane contenesse, come una scatola, un qualcosa che chiamiamo corpo di Cristo.
Gesù dice che il pane è il Suo corpo. Non esiste più ciò che prima chiamavamo pane, esiste un’altra realtà, che è il Suo corpo, e che ha sostituito totalmente la realtà precedente che conoscevamo come pane. Questo è quanto ci dice la fede.

La mente umana ha cercato di comprendere questa verità, unica ed esclusiva in tutta la storia, dicendo che la sostanza del pane si è mutata totalmente nella sostanza del corpo di Cristo. Le apparenze esterne sono rimaste le medesime: forma, colore, gusto, ma la sostanza a cui ineriscono, la sostanza del pane, questa è stata mutata.
Anche l’uomo muta col tempo: cambia il colore dei capelli, la pelle e anche se qualcuno, con il lifting, cerca di spostare l’orologio dell’invecchiamento, queste mutazioni avvengono in tutto il suo corpo. Tuttavia, l’uomo avverte di essere sempre la stessa realtà, di avere la medesima coscienza di quando era bambino. Tanto che la psicologia ci insegna che i problemi irrisolti si trascinano per tutta la vita. Dunque, nell’uomo vi è una mutazione esterna ma un permanere della consapevolezza della propria realtà.

Nel caso dell’Eucaristia abbiamo, invece, il permanere del dato esterno (colore, forma e gusto del pane) ma un mutamento della realtà a cui questi dati si riferiscono: la sostanza del pane si muta nella sostanza del corpo di Cristo.
Sostanza che noi non possiamo vedere, proprio come non possiamo avere nessuna esperienza della coscienza dell’altro o della sostanza della sua identità. Possiamo solo riconoscere un altro dalla somiglianza fisica ma mai secondo la percezione che lui ha di se stesso nella sua coscienza.
È il dato fisico dell’altro che ci dice che lui è lui e non un’altra persona. Ma questo dato fisico, per quanto importante – e oggi esagerato – non è mai l’identità della sua persona perché questa sempre sfugge all’esperienza che possiamo avere.
Nell’Eucaristia, Gesù non ci consegna la fisicità materiale del suo corpo – ora pienamente trasfigurato – (e quale poi? Quello di bambino in braccio a sua madre, quello di adolescente nel Tempio, o quello di giovane predicatore?), ma la sostanza del suo corpo, ricevuto totalmente da Maria, che gli ha permesso di condurre la sua esistenza terrena.
Inoltre, secondo il suo intendimento ebraico, quando Gesù parlava di corpo, intendeva tutta la realtà umana fatta di volontà, emozioni, esperienza, storia e mistero.
Dicendo: «Questo è il mio corpo», indicava la sua persona nella completezza della sua realtà, tanto storica quanto spirituale.
Ma questo è un altro aspetto su cui indagheremo, a Dio piacendo, la prossima volta. Per ora, soffermiamoci a contemplare questa realtà della presenza eucaristica di Gesù vero, nato dalla Vergine madre e a noi donato nel consumarsi dei giorni.
                                                                                               



venerdì 6 marzo 2015

L'altare di Dio e l'Eucarestia

Nell'ultima cena, prima della sua passione, Gesù raduna i suoi attorno ad una tavola. Nasce il rito il rito della Pasqua cristiana.

Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Matteo 26,17-19


Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Marco 14,12-16


Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: «Andate a preparare per noi, perché possiamo mangiare la Pasqua». Gli chiesero: «Dove vuoi che prepariamo?». Ed egli rispose loro: «Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua; seguitelo nella casa in cui entrerà. Direte al padrone di casa: “Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una sala, grande e arredata; lì preparate». Essi andarono e trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Luca 22,7-13

Gesù istituisce la santa eucarestia [εὐχαρίστω: ringraziamento], e formula il rito di comunione che è il momento centrale di tutta la vita cristiana, il momento in cui si verifica l'unione perfetta tra Dio e l'Uomo. Gesù, alla maniera di Melchisedek, offre del pane e del vino ai suoi dicepoli.
Intanto Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,
e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici».

Genesi 14,18-20

Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».
 Matteo 26,26-29

 Il rito è costituito dunque dalla condivisione del pane e del vino, di un cibo che semplice, essenziale e quotidiano. Le parole di Gesù fanno capire che quel pane è il suo corpo, cioè la sua carne, è il suo corpo diventato pane, e che quel vino, parimenti, è il suo sangue diventato vino.

L'altare di una chiesa è dunque la mensa dell'ultima cena, il tavolo presso il quale siedono e mangiano inseme Dio e l'uomo.

Ma l'altare cristiano è anche la mangiatoia di Betlemme.
Betlemme in ebraico vuol dire "casa del pane" e in arabo "casa della carne". E' a Betlemme che il piccolo Gesù appena nato è deposto in una mangiatoia, in una mensa per gli animali.
Già alla nascita dunque, Gesù è simbolicamente presentato al mondo come qualcosa da mangiare, come un pane, un pane che è però anche carne.

Dunque l'altare cristiano, che è mensa dell'ultima cena, è anche il presepe (mangiatoia) di Betlemme.

L'altare cristiano condivide con quello pagano, con l'ara, la funzione sacrificale. 
E' vero, l'altare ospita un sacrificio, quello sempre rinnovato di Gesù Agnello Pasquale. E però non è un sacrificio a senso unico, com'era quello dei sacerdoti pagani, non è il sacrificio dell'agnello che l'uomo immola alla divinità; è piuttosto il sacrificio dell'Agnello di Dio che viene immolato all'Umanità e a Dio stesso in un solo atto.
E' Dio che compie il sacrificio per l'uomo, e in Gesù-uomo anche viceversa; l'uomo a questo Sacrificio divino si aggrappa, si innesta cercando la salvezza che è data solo dal sacrificio perfetto. Dio per l'Uomo e l'Uomo per Dio.

Per questa nuova funzione che ha l'altare cristiano è bello che la chiesa abbia voluto infine rivolgere la mensa/greppia del sacrificio verso tutti i fedeli, perchè tutti i fedeli cristiani sono invitati idealmente a sedere  intorno alla mensa del cenacolo, insieme con Gesù. E tutti sono chiamati a recarsi alla mangiatoia di Betlemme per contemplare il Dio  che si è fatto carne. Il Dio che ogni giorno ad ogni messa si fa pane e si fa vino. 

«Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.»
 dal Salmo di Davide

venerdì 12 dicembre 2014

Io sono con voi.

Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
(Mt 28,20)

Gesu è sempre con noi, dice infatti: Io sono sempre con voi fino alla fine del mondo, fino all'alba del mondo nuovo. Giorno per giorno sono con voi.
Questa è la risposta di Gesù a chi, in ogni tempo e in ogni luogo sospira o protesta "se Gesù fosse qui...."

"Io Sono" indica l'assolutezza dell'esistenza di Dio, che è prima di ogni cosa, eternamente è.

Così si era presentato Dio a Mosè parlandogli dal roveto ardente.
Mosè disse a Dio: «Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io che cosa risponderò loro?». Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». Poi disse: «Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi». Dio aggiunse a Mosè: «Dirai agli Israeliti: Il Signore, il Dio dei vostri padri, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione.(Esodo 3,13-15)
E' bene peraltro ricordare che il nome Gesù significa sostanzialmente "YHWH salva", e che il tetragramma "YHWH" si traduce sinteticamente in italiano con "Io Sono".
Gesu semplicemente utilizza l'indicativo presente Io Sono, già contenuto nel suo stesso nome, che è quel medesimo Io Sono usato da Dio nel roveto ardente di Mosè per indicare il suo nome e al tempo stesso la sua nature di Essere prima di ogni essere, e lo usa per dire che Egli è e che è perennemente con noi. Lui, non a caso, dice anche...
«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro».
(Mt 18,20)
 Gesù è "la-Parola-di-Dio-diventata-carne", in noi cristiani "la-Parola-diventata-carne" "rimane", "abita", e continua la sua perenne incarnazione. Infatti il Cristo non sì è incarnato solo nel passato, e non è stato, il Cristo si è incarnato in un tempo preciso, ma ancora si incarna e si incarnerà domani fino alla fine del mondo. Il Cristo è stato, ma ancora è e per sempre sarà il Dio-con-noi. 
Proprio perchè il Cristo è Dio-che-si-incarna-nell'Uomo, Dio-che-abita-in-noi, Gesù si è fatto "Pane quotidiano", cibo di tutti i giorni, così da poter essere anche fisicamente integrato e assimilato perfino nei corpi dei "suoi".
Ecco: la parola si è fatta carne e pane in un paese chiamato la Casa del Pane e la Casa della Carne, in Betlemme che è la casa del Dio incarnato.

*Da una riflessione con Mara Canobbi

mercoledì 10 dicembre 2014

Betlemme: la Casa del Pane disceso dal cielo

Betlemme (in arabo: بَيْتِ لَحْمٍ, Bayti Laḥmin, Bayt Laḥm, lett. "Casa della Carne"; in ebraico בֵּיִת לֶחֶם, [Beit Lehem], lett. "Casa del Pane", in greco Βηθλεέμ [Bethleém]; in latino Bethlehem.



E' a Betlemme, nella "Casa del Pane", che è nato ed è stato deposto in una mangiatoria il Pane Vivo disceso da Cielo, il cibo che dà salvezza e vita eterna agli uomini.
Ed è a Betlemme, nella "Casa della Carne", che Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi diventando per noi cibo di salvezza.

 

Giovanni 6,35-59

Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.  Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno». Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?».
Gesù rispose: «Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.
(Giovanni 6,35-5)


E' stato deposto in una mangiatoia il Pane vivo disceso dal Cielo, e una mangiatoia là dove di si depone il cibo per gli animali. 
Vengono i pastori ad adorare quel Pane fatto bambino, e gli animali che i pastori conducono sono le pecore, pecore che ci ricordano quelle pecore perdute della casa di Israele di cui parla Gesù ai suoi apostoli.   


"Gesù ordinò ai Dodici: non andate tra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani. Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d'Israele."
(Matteo 10,5-6)
 «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele»
(Matteo 15, 24)

La tradizione popolare e apocrifa ricorda poi due animali simbolici che riscaldano il bimbo col loro fiato: l'asino e il bue. Due animali umili che con la loro umiltà ben si accompagnano a quell'asina sulla quale Gesù entrerà in Gerusalemme prima della sua passione.

"Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”»." (Mt 21,1-11)

E' davvero straordinario il fatto che Colui il quale, una volta  cresciuto e divenuto Maestro, dirà di se stesso «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. » e «io darò è la mia carne per la vita del mondo» sia nato proprio in un luogo chiamato Casa del Pane e Casa della Carne e che, proprio Lui che si è detto "cibo" destinato alle "pecore" della vecchia e della nuova Israele, sia stato deposto in una mangiatoia.